23 maggio 2017
Aggiornato 10:30
Il trionfo di Putin

Petrolio, perché Putin e Iran sono i grandi vincitori dell'accordo Opec

L'accordo di Vienna sul taglio della produzione di petrolio certifica nuovi equilibri geopolitici nello scacchiere mediorientale, eleggendo vincitori e vinti. I tagli penalizzano soprattutto l'Arabia Saudita

VIENNA - L'accordo raggiunto dai paesi Opec per tagliare la produzione di petrolio ha prodotto un deciso rimbalzo delle quotazioni del greggio ma la sua sostenibilità  e quella dei prezzi sopra la soglia dei 50 dollari sarà tutta da verificare. La difficile intesa trovata a Vienna certifica però nuovi equilibri geopolitici nello scacchiere del Medio Oriente e produce effetti economici differenziati all'interno del cartello. Un accordo con vincitori e vinti.

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Il diavolo si nasconde nei dettagli...
Il detto che il diavolo si nasconde nei dettagli è quanto mai vero per l'accordo di Vienna. La tabella sui tagli che scatteranno a gennaio è fuorviante. Il riferimento infatti è rispetto ai volumi di ottobre. La realtà è che la produzione Opec torna ai livelli del primo trimestre 2016 ma con una diversa composizione. In quest'ottica i grandi vincitori sono Iran e Iraq, gli sconfitti sono i piccoli del cartello. La volontà dei paesi Opec di tagliare la produzione emerge a inizio aprile. Tra i paesi del cartello serpeggia il panico. Il prezzo spot del Brent è poco sopra i 42 dollari al barile e la produzione media Opec è di 32,5 milioni di barili al giorno. Il 17 aprile c'è il vertice a Doha per ridurre l'estrazione di greggio e sostenere le quotazioni.

Vincitori e vinti dell'accordo di Vienna
Ma si conclude con un nulla di fatto. Anzi, tutti i membri del cartello aumentano il pompaggio ed i volumi salgono fino ai 33,6 milioni di barili attuali. L'accordo raggiunto a Vienna ripristina quindi i livelli medi del primo trimestre, ma con una diversa distribuzione. L'Arabia Saudita in sostanza taglia soltanto 90mila barili (lo 0,9%) invece dei 500mila con riferimento ad oggi. Il Kuwait ridurrà il 2,1% mentre il Gabon sopporterà un taglio del 12% e il Venezuela del 13,4%. Gli Emirati Arabi aumenteranno del 2,1%, l'Iraq del 2,6% e l'Iran del 22,6% a 3,8 milioni (erano a 3 milioni a marzo e 3,7 milioni il mese scorso). Da questi numeri emerge prepotentemente che i grandi vincitori sono proprio Iran e Iraq. Teheran aveva posto come condizione il diritto a riprendere le quote di mercato precedenti alle sanzioni. Missione compiuta.

Il trionfo di Vladimir Putin
Se il taglio della produzione è quasi virtuale, la redistribuzione delle quote è rilevante e premia i big. E' curioso, inoltre, che i nuovi livelli produttivi in vigore il mese prossimo siano identici a un anno prima, quando 32,5 milioni di barili erano considerati volumi troppo elevati. L'altro grande vincitore di Vienna è invece Vladimir Putin. La decisione dell'Opec è condizionata al taglio di 600mila barili al giorno da parte dei paesi che non appartengono al cartello. La Russia ha annunciato che si farà carico di 300mila barili, restando comunque con un volume superiore ai 10 milioni di barili al giorno. In questo modo Mosca vede aumentare la sua influenza politica ed economica nell'area del Medio Oriente, rafforzando i legami con l'Iran e isolando ancor di più i sauditi. Se la Russia non dovesse ratificare il taglio della produzione, l'accordo Opec sarebbe morto prima ancora di entrare in vigore.

La sconfitta dell'Arabia Saudita
L'Arabia Saudita quindi ne esce decisamente sconfitta. Sul piano economico Riad ha necessità che le quotazioni del greggio siano stabilmente sopra i 50 dollari (il 25% del pil saudita arriva dal petrolio contro il 7% dell'Iran) ma non è più determinante nel condizionare le strategie dell'Opec. I sauditi due anni fa hanno dichiarato guerra allo shale oil, ma non sono riusciti a mettere fuori mercato il petrolio non convenzionale. Al vertice di Doha con la Russia avevano posto la condizione che l'Iran doveva contribuire ai tagli, otto mesi dopo l'esito è stato completamente diverso. Sul piano politico l'Arabia Saudita vede materialzzarsi la ritrovata influenza di Teheran (Riad è stata tra i più critici sulla fine dell'embargo all'Iran) e l'aumento del peso diplomatico di Mosca sullo scacchiere del Golfo. Sullo sfondo rapporti sempre più complicati con gli Stati Uniti. Donald Trump ha già annunciato che l'Arabia Saudita se vuole la difesa militare di Washington dovrà pagarla.

Lo shale oil è alla vigilia di una nuova primavera
Tra i grandi winner dell'accordo figurano anche i produttori americani di shale oil, già premiati a Wall Street con rialzi record negli ultimi giorni. Con le quotazioni depresse del petrolio, il calo della produzione di shale oil è stata di gran lunga inferiore alle stime. Rispetto al massimo di 4,4 milioni di barili al giorno toccato nell'estate del 2014, oggi i volumi sono pari a 4 milioni. L'innovazione tecnologica, il ricorso a strumenti derivati hanno fatto scendere il punto di pareggio del petrolio non convenzionale. E con Trump che ha preannunciato di eliminare ogni restrizione normativa e ambientale, lo shale oil è alla vigilia di una nuova primavera. Più in generale un rialzo delle quotazioni del petrolio è una buona notizia per molte banche centrali alle prese con l'inflazione troppo bassa. Ma un rialzo dei tassi americani, il rafforzamento del dollaro e la crescita a ritmi modesti di Europa e Giappone sono la giusta miscela per far tornare la depressione sul prezzo del greggio.