1 maggio 2017
Aggiornato 06:00
Crisi Mps

Mps alla resa dei conti, chi paga il conto (e chi avrebbe dovuto pagarlo)

Secondo S&P il salvataggio del Monte Paschi Siena costerà all'Italia 1,2 punti del suo rapporto debito/pil. Ma chi pagherà per i dissesti finanziari della banca più antica del mondo?

Il governatore centrale, Mario Draghi. (© Miqu77 | Shutterstock.com)

SIENA – Venti miliardi di euro per salvare Monte Paschi Siena. Sono quelli che sborserà lo Stato italiano per garantire un paracadute al fragile sistema bancario nazionale e, soprattutto, per evitare il peggio alla banca più antica del mondo. Ma chi pagherà il conto del decreto salva-banche?

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Quanto ci costa il salvataggio di Mps
Secondo S&P il salvataggio del Monte Paschi Siena farà aumentare il rapporto debito/pil del Belpaese di 1,2 punti. E non è che l'Italia potesse permettersi di veder lievitare il suo debito pubblico. Per non violare le regole comunitarie, questo rapporto dovrebbe calare di circa 70 miliardi di euro, ma in un contesto – come quello che stiamo attraversando – ancora caratterizzato dalla crescita zero (virgola), quest'obiettivo assume le sembianze di un miraggio. L'Italia devierà probabilmente in misura sostanziale dagli obiettivi di bilancio dichiarati per salvare Mps. Non solo.

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Chi pagherà per i dissesti della banca più antica del mondo?
All'indomani del decreto legge salva-risparmi, con il quale lo Stato italiano si impegnava a mettere sul piatto 20 miliardi di euro per fornire una stampella a tutto il sistema bancario nazionale e salvarlo dalla catastrofe, la Banca centrale europea ci chiedeva uno sforzo perfino maggiore. Per l'istituto di Francoforte non bastano più i 5 miliardi di euro previsti per l'aumento di capitale dell'istituto senese. Ne servono otto virgola otto. Così lo Stato italiano dovrà sborsare più del previsto (6,5 miliardi di euro) per evitare il peggio alla banca più antica del mondo. Ma chi pagherà per i dissesti finanziari dell'istituto senese?

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Quando l'incompetenza causa voragini nei conti
I contribuenti. Non c'è dubbio. Dovranno tirare – ulteriormente – la cinghia nel corso dell'anno venturo. Eppure la storia del Monte Paschi Siena è arcinota ed emergono delle responsabilità che non possono passare sotto silenzio. Per questo vale la pena rispolverare i fatti che hanno portato al dissesto finanziario la banca più antica del mondo, che è sopravvissuta a secoli di guerre e carestie, ma non ha potuto nulla contro l'incompetenza di certi personaggi seduti evidentemente sulla poltrona sbagliata. E' il caso dell'ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari, dimessosi tempestivamente dal suo incarico quando partirono le indagini giudiziarie sui conti dell'istituto senese.

L'acquisizione di Banca Antonveneta
Nel bilancio di Mps c'era una vera e propria voragine, che risaliva ai tempi della contestata acquisizione di Banca Antonveneta, realizzata dallo stesso Mussari. E' da questa contestata operazione finanziaria che cominciano i guai dell'istituto bancario più antico del mondo. Nel 2007 la dirigenza del Monte Paschi concordò l’acquisto della Banca Antonveneta dal Banco Santander per 9 miliardi di euro. Si trattò, però, di un prezzo a dir poco esagerato dato che lo stesso Banco Santander l'aveva pagata il 60% in meno solo pochi mesi prima, quando aveva partecipato alla spartizione di ABN Amro, gruppo bancario olandese, con la Royal Bank of Scotland e il Fortis del Belgio.

Una pessima gestione patrimoniale
L’acquisto fu addirittura definito sul quotidiano tedesco Der Spiegel un gesto di «megalomania» realizzato da «persone che si intendevano più della storia del Palio che di mercati finanziari». Per finanziare l’acquisto di Antonveneta, MPS si indebitò enormemente e usò quasi tutta la sua liquidità, proprio quando all'orizzonte stava per arrivare la crisi dei mutui subprime. E di lì a poco altri due investimenti fallimentari segnarono per sempre il destino della banca a causa di una pessima (quanto disastrosa) gestione patrimoniale.

Da Santorini a Nomura: investimenti disastrosi
Il primo di questi investimenti andati male è «Santorini»: un contratto pronti contro termine con cui Mps ha ceduto nel 2002 titoli di stato italiani a lunga scadenza a Deutsche Bank, in cambio di liquidità, impegnandosi a ricomprarli successivamente. Nel 2008 però, a causa della crisi internazionale in corso, il valore del pacchetto partecipativo è crollato addebitando all'istituto senese una perdita di circa 360 miliardi di euro. I guai, però, non finiscono qui. Poco dopo, infatti, è la volta di Alexandria, un'altra operazione dalle caratteristiche simili avviata questa volta con la banca giapponese Nomura.

Miliardi scomparsi nel nulla dai bilanci di Mps
Nel 2009 il fallimento di Lehman Brothers causò la crisi dell’intero settore finanziario facendo crollare il valore di molti titoli bancari: tra questi c'era Alexandria, che perse il 30% del suo valore provocando nel bilancio di MPS un buco di altri 220 milioni di euro e contribuì ad affossare definitivamente l'istituto senese. Ma non finisce qui. Dietro queste operazioni finanziarie così fallimentari potrebbe esserci molto di più. Diversi giornali hanno usato il termine «tangente» (vedi La Repubblica e il Fatto Quotidiano) per descrivere il sovrapprezzo nell’acquisto di Banca Antonveneta da parte dell'istituto senese. Si tratta di miliardi di cui non si sa più nulla.

La responsabilità di Bankitalia e Mario Draghi
Non conosciamo la destinazione di quell'ingente flusso di denaro, ma quel che è certo è che un discreto tesoretto è sparito a suo tempo dai bilanci della banca. E secondo un documento datato 9 novembre 2010 (riportato da Linkiesta) Bankitalia era stata informata delle presunte irregolarità che si andavano consumando tra le mura di MPS, perché i suoi ispettori evidenziarono «profili di rischio non adeguamente controllati» in riferimento alle operazioni sul mercato pronti contro termine stipulate con Nomura e fecero rapporto. Quel documento però divenne carta straccia e Bankitalia non mosse un dito per vigilare sull'operato della banca in merito a quei profili di rischio tanto minacciosi. E' il caso di ricordare che all'epoca dei fatti il governatore della Banca d'Italia era Mario Draghi, l'attuale presidente della BCE. La stessa BCE che oggi chiede più rigore alle banche italiane e ci impone un aumento di capitale di circa 9 miliardi di euro per salvare Mps.