25 marzo 2017
Aggiornato 22:30
Derivati di Stato

Derivati e segreti di Stato: così l'Italia è stata «svenduta» a Morgan Stanley

L'Espresso ha pubblicato per la prima volta alcuni dei contratti derivati che sono costati allo Stato italiano circa 3,4 miliardi di dollari, una cifra monstre versata nelle casse della banca americana Morgan Stanley a cavallo tra il 2011 e il 2012

Il governatore della Bce, Mario Draghi. (© Stephanie Lecocq | Ansa.it)

ROMA – Cade il segreto di Stato su alcuni dei contratti derivati sottoscritti dal Tesoro con le grandi banche d'affari internazionali, e che continuano a costare diversi miliardi di euro alle casse pubbliche nazionali. Tra i documenti desecretati ci sono anche i memorandum con cui la Morgan Stanley comunicava quattro anni or sono al governo Monti la sua decisione di rientrare di 3,4 miliardi di dollari: una cifra monstre che effettivamente l'Esecutivo nostrano dovette versare a cavallo tra il 2011 e il 2012 alla banca americana. Cosa accadde davvero in quei giorni e perché?

I contratti derivati svelati
L'Espresso ha pubblicato per la prima volta i contratti derivati sottoscritti dal Tesoro che costrinsero il governo Monti a versare nelle casse della banca americana Morgan Stanley 3,4 miliardi di dollari durante le festività di capodanno a cavallo tra il 2011 e il 2012. Si tratta di strumenti finanziari molto rischiosi, due «Interest rate swap» e due «swaption», che l'istituto bancario decise di chiudere in anticipo rispetto alla data di scadenza prevista usufruendo di una clausola mai esercitata in precedenza. In particolare, uno dei contratti in questione era l' «Isda Master Agreement» sottoscritto nel 1994 tra il Tesoro e Morgan Stanley (vale la pena ricordare che all'epoca il direttore del Tesoro era l'attuale governatore della Bce, Mario Draghi).

Una clausola molto pericolosa
A cavallo tra il 2011 e il 2012, la banca americana decise di chiudere la sua posizione col Tesoro a causa della difficile condizione finanziaria dell'Italia, vittima della crisi dello spread che determinò anche la caduta del governo Berlusconi. Nel contratto stipulato nel 1994 esisteva dunque una clausola che avrebbe permesso a Morgan Stanley di chiudere anzitempo, e in qualsiasi momento, la posizione con il Tesoro. Secondo i contenuti di una perizia richiesta dalla procura di Roma nel corso di un'indagine avviata nel 2015, il professor Ugo Pomante – l'esperto interpellato dai magistrati – sottolineò che il Tesoro proprio in virtù di quella clausola avrebbe dovuto astenersi dallo stipulare altri contratti derivati con Morgan Stanley per evitare il rischio di subire «un salasso» improvviso.

Morgan Stanley è solo la punta dell'iceberg
Al contrario, invece, negli anni successivi vennero rinegoziati altri contratti derivati precedenti e ne vennero anche stipulati di nuovi. Secondo i documenti rilevati da l'Espresso (in un articolo scritto da Luca Piana che è anche autore di un libro appena uscito sull'argomento dal titolo «La Voragine»), probabilmente non tutti al Tesoro erano a conoscenza di quella clausola tanto pericolosa. In base ad essa, qualora il valore di mercato complessivo (in gergo si dice«mark to market») dei contratti derivati tra l'Italia e la banca d’affari avesse superato quota 50 milioni di dollari, l’istituto avrebbe potuto decidere di chiuderli tutti in anticipo chiedendo al governo italiano di pagare l’intera cifra sull'unghia. Così avvenne, effettivamente, a cavallo tra il 2011 e il 2012. Ma il caso Morgan Stanley è solo la punta dell'iceberg. Altri contratti derivati sono rimasti segreti e continuano a rivelarsi un boomerang per le casse pubbliche nazionali: secondo alcuni calcoli, nei prossimi anni l'Italia rischia perdite potenziali per oltre 36 miliardi di euro.