23 aprile 2017
Aggiornato 13:30
Dietro front

Crac banche, quel «trucchetto» del Pd per frenare la commissione d'inchiesta

Ai primi di gennaio la Camera aveva approvato le mozioni che prevedono l'istituzione di una commissione d'inchiesta sul crac delle banche, sollecitata a gran voce da tutti i partiti nazionali. Ma tra il dire e il fare...

Il premier, Paolo Gentiloni. (© Ansa)

ROMA – Giravolta Pd. Ora che finalmente è stata approvata in Aula la relazione, potrebbe partire la tanto attesa commissione d'inchiesta sulle banche in crisi. Proprio quella che è stata chiesta a gran voce dai partiti nazionali, quelli al governo e quelli all'opposizione, mettendo tutti d'accordo come per magia. Tuttavia, sembra che il Partito democratico preferisca dilatare i tempi ricorrendo ad uno stratagemma.

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Tutti per uno, uno per tutti
Ai primi di gennaio la Camera aveva approvato le mozioni che prevedono l'istituzione di una commissione d'inchiesta sul crac delle banche italiane. Una richiesta pandemica che aveva messo d'accordo tutti i partiti nazionali come poche volte è accaduto nella storia della Repubblica: Fi, Pd, civici e innovatori, Lega, Ala e Sinistra italiana hanno chiesto all'unisono che fosse fatta chiarezza una volta per tutte sulle responsabilità che hanno determinato la crisi di Mps e degli altri istituti di credito del Belpaese. Il Partito democratico, mostrando particolare zelo, aveva perfino giocato d'anticipo e, senza aspettare le opposizioni, aveva chiesto anche che venissero accertate le responsabilità dei vertici delle banche e degli enti di controllo e vigilanza.

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Tra il dire e il fare...
Tra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il mare. E, infatti, a poco più di un mese di distanza sembra che l'urgenza del Pd sia già svanita. Come riporta Giampiero Timossi su Il Giornale, l'ex Partitone potrebbe avere in mente di ritardare l'istituzione della commissione d'inchiesta utilizzando uno stratagemma. Domani l'ex Partitone potrebbe chiedere di trasformare la commissione del Senato in una Bicamerale. Mettere insieme deputati e senatori non solo rallenterebbe il processo d'indagine, ma l'esperienza della nostra storia recente ci insegna anche che non sempre una Bicamerale giunge alla meta. Vien da pensare che il partito di Renzi non voglia mollare la presa sulla banca più antica del mondo e che se da un lato ha la necessità impellente di dimostrare ai suoi elettori di perseguire la trasparenza sulla crisi del Monte Paschi, dall'altro non possa lasciar trapelare troppe verità sulla spinosa vicenda senese.

Dov'è finita la «black list»?
Peraltro, il decreto salva-risparmio ha già favorito non poco i grandi debitori insolventi del paese e coloro che hanno concorso al crac delle banche italiane. Il governo ha infatti deciso che la famigerata «black list», chiesta a gran voce prima dal presidente dell'Abi, Antonio Patuelli, e poi da tutte le opposizioni, sarà solo parziale. L'accordo raggiunto è una soluzione soft: l'emendamento approvato prevede solo la pubblicazione dei profili di rischio e dei meriti di credito di chi «vanta crediti, classificati in sofferenza, per un totale superiore all’1% del totale attivo» della banca. I nomi e i cognomi dei debitori continueranno a restare segreti. I dati dei profili di rischio, invece, probabilmente in forma aggregata, verranno inviati al Parlamento e inseriti all'interno di una relazione che il governo si impegnerà a redigere ogni quattro mesi sullo stato di salute degli istituti di credito italiani. In pratica, non sapremo molto di più.