23 marzo 2017
Aggiornato 15:00
Il prezzo della crescita

Il lato oscuro dell'economia tedesca

Il rally dell'economia tedesca non si ferma, ma il paese è sempre più diseguale. La società è rigida e la ricchezza concentrata nelle mani di pochi privilegiati. Vi sveliamo l'altra faccia del miracolo economico tedesco

La cancelliera tedesca, Angela Merkel. (© Epa Oliver Weiken | Ansa.it)

BERLINO – Il rally dell'economia tedesca non si ferma. Quest'anno le esportazioni della Germania sono cresciute talmente tanto da permetterle di battere perfino il Dragone in termini di surplus commerciale, diventando il primo paese esportatore del mondo. Ma in quel di Berlino non è tutto oro ciò che luccica. Il tasso di povertà attuale supera il 15% della popolazione e la distribuzione della ricchezza nel paese è sempre più diseguale. Vi mostriamo l'altra faccia del miracolo economico tedesco.

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Il lato oscuro dell'economia tedesca
Il tema della disuguaglianza è tornato al centro del dibattito economico internazionale. Dopo il best seller di Thomas Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, la letteratura economica ha ripreso ad occuparsi di uno dei problemi più importanti del nostro mondo. Il Italia un contributo eccellente è stato offerto da Mario Pianta e Maurizio Franzini che hanno pubblicato un libro dal titolo esaustivo: «Disuguaglianze. Quante sono e come combatterle». In Germania, invece, l'argomento è ancora un tabù. Anzi, lo era fino a qualche tempo fa. Finché Marcel Fratzscher presidente del centro studi DIW (Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung) di Berlino non si è rimboccato le maniche ed ha scritto «Lotta per la distribuzione. Perché la Germania diventa sempre più diseguale». Accendendo, finalmente, i riflettori sul lato oscuro dell'economia tedesca.

Un paese sempre più diseguale
La fotografia del paese scattata da Fratzscher è drammatica. Lo stesso paese che dal 2010 è cresciuto in media del 2% l'anno fagocitando de facto con una politica neomercantilistica decisamente aggressiva l'economia degli altri paesi di Eurolandia, è caratterizzato da una delle distribuzioni della ricchezza più diseguali del continente. Alcuni dati possono chiarire meglio la questione. Come riporta Alessandro Bramucci su Sbilanciamoci.info, in Germania il capitale privato pro-capite netto è tra i più bassi d’Europa ed è pari a circa 55.000 euro (in Italia è almeno tre volte tanto, circa 170.000 euro). E l'indice di Gini per lo stesso indicatore (l'indice di Gini è una misura della disuguaglianza di una distribuzione e il suo valore è sempre compreso tra 0 e 1) è pari allo 0,76 quando la media dei paesi OCSE è pari allo 0,67 (l'Italia anche qui è notevolmente più virtuosa perché si ferma allo 0,61).

Le nuove generazioni sono sempre più povere
Per capire la portata di questi numeri occorre chiarire che tanto più il valore dell'indice di Gini si avvicina a 1, tanto più è alta la concentrazione di una certa distribuzione, e in questo caso si tratta della ricchezza nazionale. Significa che in Germania ci sono pochi super-ricchi e la maggioranza della popolazione è molto più povera. Ma c'è di più. A completare il (triste) quadro della società tedesca c'è anche la rigidità che la caratterizza. Lo status economico-sociale dei genitori determina fortemente quello dei loro figli. Non è una novità. Penserete. Ma in Germania le cose sono notevolmente peggiorate soprattutto negli ultimi anni, perché il rischio povertà è passato dal 12% al 40% in un brevissimo lasso di tempo: dal 2000 al 2012. E il trend si è confermato anche per gli anni successivi al 2012.

Un esempio illuminante: i «minijobs»
Alla luce di questa analisi una domanda sorge spontanea. Come si concilia l'immagine di un'economia così forte come quella tedesca con quella di un paese tanto diseguale caratterizzato da un tasso di povertà della popolazione superiore al 15%? La risposta è complessa, ma possiamo facilmente immaginare che le politiche redistributive (e con esse le fasce più deboli della popolazione) siano state sacrificate sull'altare della crescita economica nazionale. A tal riguardo è illuminante l'esempio dei famosi «minijobs» (letteralmente «mini-impieghi»), contratti di lavoro caratterizzati da uno stipendio molto basso (al massimo 450 euro mensili) e un limite (formale) di 15 ore settimanali. Il boom dei minijobs, introdotti negli anni Novanta durante il governo socialdemocratico di Gerhard Schröder, ha permesso alla Germania di mettere il turbo alla crescita economica.

Il prezzo del «miracolo» economico tedesco
Ma proprio a causa di questi minijobs gli assegni pensionistici tedeschi saranno così bassi da costringere i futuri pensionati a chiedere aiuto ad amici e parenti per arrivare alla fine del mese. Vengono definiti per questo «poveri in canna» perché in un futuro non troppo lontano la loro pensione sarà al di sotto della minima e non potrà garantire la sussistenza economica. Già oggi, a causa dei bassi contributi previdenziali del paese, circa 3,4 milioni di ultra sessantacinquenni vivono al di sotto della soglia di povertà. Un dato allarmante perché riguarda una delle fasce più deboli della popolazione, e per giunta in un'età avanzata nella quale dovrebbero essere garantiti sussistenza e dignità. Ecco il prezzo del miracolo economico tedesco. E' quello dei minijobs, che sono stati capaci di rilanciare l'economia nazionale e sostenerne lo sviluppo, ma costeranno alla Germania la dignità (e la sopravvivenza) di milioni di pensionati. Ed è quello della povertà dei suoi stessi cittadini, sacrificati sull'altare della crescita economica nazionale proprio come gli altri abitanti dei paesi europei.