1 maggio 2017
Aggiornato 06:00
40,1%

Meglio disoccupato che postino, l'altra faccia del (non) lavoro in Italia

Nel Belpaese la disoccupazione giovanile è una piaga sociale che ha toccato quota 40,1% e raggiunge un picco del 60% al Sud. Ma oltre ai problemi strutturali del mercato del lavoro c'è anche un aspetto culturale da non sottovalutare

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. (© Giorgio Onorati | Ansa.it)

ROMA – In Italia la disoccupazione giovanile è una piaga sociale. E un problema strutturale. Nel mese di gennaio 2017 è tornata a crescere toccando quota 40,1%. Ma raggiunge un picco preoccupante del 60% al Sud. Significa che in alcune zone del Belpaese, specie nel Mezzogiorno, più di un giovane su due è senza lavoro. I millenials oggi devono fare i conti con contratti a tempo e lavori precari, alternati a lunghi periodi di disoccupazione. Si cimentano in uno slalom estenuante tra contratti a progetto, contratti a tempo determinato, voucher, apprendistato, tirocini e mesi di inattività. Senza mai vedere la luce in fondo al tunnel: la tanto agognata assunzione. Tuttavia, il problema non è tutto qui. C'è anche un altro lato della medaglia da considerare.

Leggi anche: "Perché in Italia un giovane su due è senza lavoro"

La disoccupazione giovanile è al 40,1%
L'Istat ci dice che oggi, in Italia, la disoccupazione è pari al 40,1%. Ma dal calcolo del tasso di disoccupazione giovanile dell'Istituto di statistica sono per definizione esclusi gli inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi o perché rassegnati all'idea di non trovarlo. Perciò è evidente che il dato è sottostimato. Possiamo concludere (tenendo conto anche del picco del 60% di disoccupati under 35 al Sud) che quasi un giovane su due è senza lavoro. E questo è, indiscutibilmente, un dramma sociale. Se i giovani non lavorano, non c'è futuro per il paese. Se non c'è ricambio imprenditoriale e generazionale, non c'è crescita economica.

La denuncia di un imprenditore sardo
Il tasso di disoccupazione giovanile italiano è tra i più alti d'Europa (in tutta l'Unione europea fanno peggio di noi solo la Grecia e la Spagna) e le cause di questo problema strutturale sono molteplici, come noi del Diariodelweb abbiamo già avuto modo di argomentare altrove. Tuttavia, esiste un aspetto della questione che non è stato ancora approfondito e che invece è degno di nota. A sollevare il velo dell'indifferenza e ad appiccare l'incendio mediatico è stato nei giorni scorsi un imprenditore sardo, presidente e fondatore di Mail Express Posta & Finanza, azienda postale privata nata nel 1997 a Teramo. Il suo nome è Bachisio Ledda. Costui ha denunciato un fenomeno in corso, forse troppo sottovalutato. «Su 100 persone selezionate per il ruolo di portalettere, 90 preferiscono rinunciare a lavorare e mantenersi con il sussidio di disoccupazione», ha sottolineato Ledda.

Meglio disoccupato che postino
Ledda ha raccontato che molti giovani si sono presentati alla sua azienda per il lavoro di postino, ma poi dopo pochi giorni hanno rinunciato preferendo il sussidio. Peraltro, la denuncia di questo imprenditore sardo non è isolata. Altri imprenditori di svariati settori (in particolar modo gli artigiani del tessile e del calzaturiero) si sono uniti alla sua voce. «Il fenomeno dei rifiuti da parte dei giovani disoccupati italiani sono sconosciuti all’opinione pubblica generale poiché non sono di pubblico dominio, però ritengo sia un trend molto grave», ha concluso Ledda, che ha lanciato più volte campagne per l'assunzione di nuovo personale ed ha avuto molte difficoltà a trovare le persone adatte.

Un problema culturale da non sottovalutare
Qui non si tratta di puntare il dito contro i giovani italiani «bamboccioni» o di fare il verso all'ex ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. NO. Perché il mercato del lavoro, come abbiamo già detto molte volte, è caratterizzato da gravi, gravissimi problemi strutturali, che altrove sono stati già discussi in maniera esaustiva. C'è però anche un altro aspetto molto importante da considerare. Ed è l'aspetto culturale di questa storia. La maggior parte dei giovani italiani oggi scarta a priori alcune professioni o mestieri considerati di serie B. I millenials sono tutti laureati e hanno, giustamente, grandi aspirazioni per il loro futuro. Ma si fa molta fatica a trovare chi è disposto a fare turni di notte, a sfornare il pane o a riparare le scarpe.

Che genere di popolo siamo diventati?
E alcuni segmenti del mercato del lavoro, purtroppo, sono ormai saturi, anche a causa di chi non è disposto – nonostante l'età – a lasciare la poltrona e preferisce continuare a lavorare bloccando il turn over generazionale. Non sono pochi quei pensionati che, ad esempio, continuano a fare i consulenti «in nero» privando i giovani delle loro opportunità di inserimento e formazione. Con tutte le conseguenze che già conosciamo. E, d'altro lato, che dire di quei giovani che preferiscono vivere con il sussidio di disoccupazione piuttosto che rimboccarsi le maniche e iniziare a lavorare come postino, aiuto cuoco, fornaio, calzolaio per costruirsi un avvenire? Inutile nascondersi dietro un dito. Perché dietro a quel 40,1% c'è anche un problema culturale. E la domanda sorge spontanea. Che genere di popolo siamo diventati?