23 marzo 2017
Aggiornato 21:00
One Belt One Road

Il ritorno del «sogno cinese» che ci sovrasterà

Il presidente Sergio Mattarella e il ministro dei Trasporti Graziano Delrio sono volati a Pechino per rafforzare la partnership strategica con il Dragone in vista del mega piano di investimenti cinesi

ROMA – La Cina è vicina come mai prima d'ora. Erano dieci anni che un ministro dei Trasporti italiano non si recava in visita a Pechino per convincere il Dragone a investire i suoi capitali in Italia. Il Belpaese sta letteralmente spalancando le sue porte a Xi Jinping e ai suoi piedi sta stendendo un lungo tappeto rosso. Ma chi guadagnerà davvero da questi investimenti? E cosa rischiamo?

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La missione di Delrio a Pechino
Il 23 e 24 febbraio scorsi il ministro dei Trasporti del governo Gentiloni, Graziano Delrio, è volato a Pechino per incontrare il suo omologo cinese. Obiettivo della missione rafforzare la partnership tra Italia e Cina in vista del mega piano di investimenti esteri del Dragone avviato da Xi Jinping nel 2014 e destinato a diventare la «Via della Seta del 21esimo secolo»: la One Belt One Road (OBOR). Una mappa articolata di corridoi logistici, porti e aree industriali che attraverserà tutto il continente euro-asiatico e accelererà lo sviluppo delle relazioni economiche e commerciali tra l'Europa e la Cina.

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Il Business Forum Italia-Cina
Il Belpaese, forte della sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, aspira a svolgere un ruolo chiave puntando, in particolar modo, sui sistemi portuali di Genova e Trieste, che diventeranno presto due snodi strategici per l'alimentazione dei traffici provenienti da Pechino. Il 22 febbraio, peraltro, si era tenuta nella capitale cinese la quarta edizione del Business Forum Italia-Cina, che ha visto riuniti i rappresentanti del suo consiglio direttivo, presieduto dai due co-presidenti Marco Tronchetti Provera, vice presidente esecutivo e Ceo di Pirelli, e da Tian Guoli, presidente di Bank of China.

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Siglati 20 accordi istituzionali e commerciali
La riunione del consiglio, che avviene con cadenza annuale, ha avuto luogo proprio in occasione della visita di Stato del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del suo incontro con il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jingping. Alla presenza di Mattarella e di Xi Jingping, i due co-presidenti del Business Forum Italia Cina hanno firmato una dichiarazione congiunta che rinnova e conferma l'impegno nella promozione delle relazioni economiche tra i due paesi. A conclusione dei lavori, sono stati firmati oltre 20 accordi istituzionali e commerciali. Ed è stato anche siglato il Memorandum of Understanding, che prevede il rafforzamento della partnership strategica di lungo periodo tra Shanghai Electric ed Ansaldo Energia.

Roma e Pechino mai così vicine
Inoltre durante l'incontro tra Mattarella e Xi Jinping, in alcuni saloni attigui, si sono tenuti due forum che hanno portato alla firma di ben 13 accordi per 5 miliardi di euro di commesse. Come ha sottolineato il presidente Sergio Mattarella, fra Italia e Cina vi è una «grande e antica amicizia» e ora l'obiettivo è quello di «ampliare il nostro partenariato strategico» per far fare «un salto di qualità» alle relazioni dei due paesi. Roma e Pechino non sono mai state così vicine come oggi. Ma a chi conviene davvero? In primis al Dragone. La Cina ha superato gli Stati uniti nel 2016 – per la prima volta nella storia - come primo partner commerciale della Germania e con la nuova Via della Seta aspira ad aprirsi un varco fino al cuore dell'Europa.

La visione sinocentrica del Dragone
Per capire davvero la portata del progetto della Belt and Road Initiatives non bisogna fare l'errore di dimenticare il preambolo del suo «statuto ufficiale», quello con cui venne presentata a Pechino dal governo cinese alla presenza di Xi Jinping. Esso recita esattamente così: la Bri «è un impegno solenne di cui beneficeranno tutti i popoli della terra». Né più né meno che il ritorno della «Tianxia», la visione cinese dell'ordine mondiale che trascende i confini geografici del Dragone ed è rigorosamente sinocentrica. In poche parole, stiamo assistendo alla reincarnazione del «sogno cinese», perché da sempre la Cina aspira a istituire una nuova gerarchia politica ed economica globale con al centro Pechino. Vale la pena ricordare a questo proposito che l'ideogramma della parola «Cina» si riferisce proprio al «centro» del mondo.

La Cina controlla già 313 gruppi industriali in Italia
L'era della supremazia americana sta attraversando una fase di declino e l'Unione europea è più fragile che mai. Naturale che la Cina non intenda perdere l'occasione di realizzare il suo centenario sogno di conquista. Oggi le guerre non si fanno più con gli eserciti, si usano i capitali. Ma è la stessa cosa. L'Unione europea è già il primo partner commerciale di Pechino e il Dragone intende consolidare la sua posizione sul continente con la nuova Via della Seta. L'Italia è un paese chiave per realizzare questo obiettivo e non è un caso che gli investimenti cinesi nel Belpaese si aggirino sui circa 15 miliardi di euro e da soli costituiscano già oltre il 10% degli investimenti totali cinesi in Europa. In Italia la Cina ha già preso il controllo di 313 gruppi industriali.

Un'invasione con gli occhi a mandorla
La Banca popolare Cinese (People’s Bank of China) ha acquistato pacchetti azionari rilevanti, nell’ordine del 2%, di Intesa Sanpaolo, Unicredit e perfino Monte Paschi Siena. Pacchetti azionari di Eni, Enel, Ansaldo Energia, Pirelli, Telecom Italia, Fiat Chrysler, Generali e Mediobanca sono già in mani cinesi. E quasi tutto il mercato della moda, e del lusso in generale, ora ha gli occhi a mandorla. Per non parlare dell’agroalimentare, dall'aglio made in China ai fertilizzanti per l'agricoltura, l’invasione cinese non trova ostacoli conquistando sempre nuovi mercati a un ritmo vertiginoso. Perciò crediamo che il ministro Delrio e il presidente Mattarella, per quanto comprensibilmente entusiasmati dall'idea di favorire grandi investimenti stranieri nello Stivale, dovrebbero fare molta attenzione a stendere il tappeto rosso ai piedi di Xi Jinping. Come nella favola della rana e dello scorpione, difficilmente i cinesi cambieranno la loro natura.