23 marzo 2017
Aggiornato 21:00
Più tasse e più debito pubblico

Fisco, la denuncia di Unimpresa: «L'aumento delle tasse non ha migliorato i conti pubblici»

Gli utlimi dieci anni di vita del Belpaese sono stati caratterizzati da più tasse e più debito pubblico. Le aziende italiane sono molto più penalizzate di quelle Usa, ma una pressione fiscale troppo elevata strozza l'economia reale

Il premier, Paolo Gentiloni. (© Giuseppe Lami | Ansa.it)

ROMA - Più tasse e più soldi nelle casse statali non si sono tradotti, per l'Italia, in un miglioramento dei conti pubblici. E' quanto emerge da una analisi del Centro studi di Unimpresa secondo cui in Italia si registra il livello più alto sia per le imposte sui consumi (Iva), con un'aliquota massima al 22%; sia per le imposte personali sul reddito (Irpef), con un'aliquota massima al 48,9%; sia per le imposte sul reddito delle società (Ires), con un'aliquota massima al 31,4%.

Più tasse e più debito
Negli ultimi 10 anni, si legge nello studio, «i contribuenti del nostro Paese hanno visto crescere enormemente il peso delle tasse senza riscontrare un andamento virtuoso delle finanze pubbliche»: la pressione fiscale era al 39,1% del prodotto interno lordo nel 2005 ed è progressivamente salita fino ad attestarsi al 43,5% nel 2015. Contemporaneamente sono aumentati gli incassi per lo Stato, passati dal 42,5% del pil al 47,6%: un incremento di balzelli ed entrate a cui non ha fatto seguito un contenimento del debito, schizzato al 132,7% del pil nel 2015 rispetto al 101,9% del 2005.

Il confronto con gli altri paesi è impietoso
«Impietoso il confronto con altri paesi» secondo Unimpresa. In Germania la pressione fiscale è passata dal 38,4% al 39,6% del pil, il debito pubblico dal 66,9% al 71,2%; nella media dell'area euro il peso delle tasse è passato dal 39,4% al 41,%; il debito degli Stati dal 62,1% all'83,3%; in Gran Bretagna, il fisco è salito dal 35,7% al 34,8% e il "rosso" nei conti dello Stato dal 41,5% all'89,2%; negli Stati Uniti, il prelievo fiscale è rimasto sostanzialmente invariato, dal 26,3% al 26,4% con il debito salito dal 66,9% al 113,6% del pil Usa. «La pressione fiscale è il principale ostacolo alla crescita economica del nostro Paese» commenta il vicepresidente di Unimpresa con delega al fisco e ai bilanci, Claudio Pucci.

Una pressione fiscale troppo alta strozza l'economia
«Un primo passo è stato attuato con la legge di stabilità per il 2016 con le modifiche introdotte dal precedente governo - spiega Pucci - che ha abolito l'Irap sul costo del lavoro. Tuttavia, continua a permanere l'incidenza di una imposta che non ha nessuna ragione di esistere, se non quella di fare cassa. Bisogna andare avanti, l'Irap va abolita». Il vicepresidente di Unimpresa spiega, poi, che «tra i problemi e limiti delle imprese italiane c'è quello dell'internazionalizzazione": che non vuol dire semplicemente delocalizzare la produzione. Il nostro sistema fiscale ha introdotto una serie di normative antielusione che rappresentano «un serio ostacolo per l'imprenditore» creando anche qui una «distorsione rispetto alle grandi imprese che sono strutturate per far fronte alle presunzioni di tali strumenti di accertamento, magari sfruttando le norme relative alla exit tax, alla esterovestizione e al transfer price».