24 aprile 2017
Aggiornato 22:30
Si va verso lo sfascio del sistema paese

Alita(g)lia, perché non possiamo gioire del salvataggio dei posti di lavoro

Sarebbe bello se qualcuno si domandasse: di chi stiamo facendo gli interessi nella vicenda Alitalia? Ma in Italia, al massimo, si parla degli agnellini di Pasqua, oppure delle litigate che oppongono diverse appartenenze politiche

ROMA - Sarà l’ennesimo piano che non andrà da nessuna parte quello inerente il «rilancio» di Alitalia. Lasciate perdere gli annunci trionfali di banche, governo, sindacati e tutto il resto: tra pochi anni, a seguito di chiusure di bilancio catastrofiche in successione, Alitalia si troverà nella stessa identica situazione odierna, con le stesse identiche persone, parole, minacce e, forse, soluzioni. In queste righe non prendiamo nemmeno in considerazione i termini tecnici dell’accordo, ma allarghiamo l’orizzonte al sistema paese, alla paludosa situazione in cui versa non solo la nostra economia, ma la nostra cultura e società. La domanda, che scaturisce dall’ennesimo atto della pièce teatrale che prende il nome di «Salviamo Alitalia», è semplice: noi, esattamente, cosa vogliamo essere da un punto di vista economico?

Interesse pubblico, interesse di tutti
Il motore del boom economico, o miracolo, è stato l’immenso settore pubblico che nacque nel Dopoguerra. L’Iri diede impulso ai settori strategici del paese da un punto di vista infrastrutturale e manifatturiero. La stessa industria per eccellenza, la Fiat, prosperava grazie ad un connubio di capitale privato, quello della famiglia Agnelli, e pubblico, quello dello Stato che provvedette con immense sovvenzioni a fondo perso relativamente a vari bisogni della grande fabbrica. L’economia moderna, centrata sul primato neo liberale, non prevede semplicemente la sopravvivenza di industrie come Alitalia. Forse, di fronte al terzo tracollo di Alitalia, dovremmo cominciare a porci qualche domanda sul furibondo processo di privatizzazione che ha investito l’economia italiana, e non solo.

LEGGI ANCHE Le nomine dei manager «demorenziani»: ennesimo passo verso la voluta distruzione dello Stato

Perché non possiamo gioire neanche stavolta
Alitalia, lo scriviamo chiaramente, potrà rimanere in vita non se questo piano industriale andrà in porto: ma solo se verrà raddoppiato o triplicato nella parte relativa al taglio del costo del lavoro. Per intenderci: in queste ore si parla di grande successo della trattativa, dato che i licenziamenti chiesti dalle banche che dovrebbero ricapitalizzare sarebbero scesi da 1300 a meno di mille. Ebbene, non funzionerà nemmeno questo, e nei prossimi anni ci troveremo nuovamente di fronte all’annoso problema di una sequela di esercizi chiusi con pesanti perdite.

Il mercato prima di tutto?
Il mercato, che noi abbiamo eletto ad arbitro inappellabile delle nostre vite, chiede quindi tagli ben più pesanti. E' giusto: queste sono le sue regole. Ma quanto tali regole coprono il bene della comunità? Quindi si deve tagliare: non solo dello stipendio dei piloti, portato ad esempio di una sperequazione che affossa la compagnia di bandiera, definizione, per altro, capziosa. Bisogna tagliare tutto, perfino la dignità di un paese che non ha più una compagnia nazionale. Cosa pensiamo di questo approccio ideologico? L’Italia ne guadagna? Ci sono alternative? Non si parla ovviamente di taglio degli sprechi, oppure di licenziamenti collettivi tra i nullafacenti, sempre che vi siano. Si parla di un modello culturale che, per far sopravvivere una compagnia aerea, o un gestore telefonico come Telecom, prevede l’impoverimento perpetuo di masse di lavoratori, buttati nella disoccupazione, oppure trascinati dentro la povertà salariata: fenomeno sempre più diffuso nelle due economie egemoni anglosassoni. Altre vie, su Alitalia, non ci sono, e presto arriveremo a tale decisione.

LEGGI ANCHE Tutti zitti di fronte alla delocalizzione di massa di Marchionne

Italia come un paese in via di sviluppo
Il lavoro si sta sgonfiando, assorbito dal mito della competizione. Al suo posto, par di capire, il reddito di cittadinanza o qualche forma di assistenzialismo. Come spinto da una volontà divina, tale progetto pare inarrestabile. E sgorgano spontanei gli applausi di fronte ad ogni nuovo taglio del personale, o riduzione del servizio, o dimensionamento. Una visione cieca, volutamente, che ignora il lato velenoso di tale politica: la perdita di potere di acquisto da parte della classe media, ovvero quella che tiene insieme un paese sia da un punto di vista economico che sociale. Come un serpente che divora se stesso, anzi divora i propri escrementi, l’economia attuale italiana, e non solo, è rimasta imprigionata dentro una coazione e ripetere che sta devastando il paese. Possiamo anche disinteressarci del futuro dei dipendenti Alitalia, però ben sapendo che una volta che anche loro saranno parte del sempre più vasto esercito di riserva, la propensione al consumo interna sarà sempre più indebolita. Il mito dell’austerità competitiva non funziona: non funziona nel settore pubblico e tantomeno in quello privato. Rappresenta invece solo un’immensa redistribuzione delle ricchezza al contrario, dal basso verso l’alto.

Addio indotto, e lavoro
Lo stesso discorso si può fare per l’idea industriale che soggiace. Un’Alitalia finalmente competitiva, chiediamo scusa, non ha alcuna possibilità di essere competitiva sulle rotte intercontinentali. Sarebbe una compagnia piccola, dedita al risparmio, anche dal punto di vista del servizio offerto. L’Italia quindi rimarrebbe esclusa dal mercato del volo che crea indotto: un investimento per tutto il paese.

Quanto ciò che rappresenta un servizio strategico può essere ridotto a una merce?
Rimane quindi l’eterno dilemma di questi tempi: quanto ciò che rappresenta un servizio strategico può essere ridotto a una merce? Fatte salve le storture, che dovrebbero essere punite innanzitutto perché sono un danno alla collettività, e quindi un vulnus etico e morale, quanto i servizi di un paese, come ad esempio quelli che garantisce una compagnia di bandiera, devono finire sul piano del puro valore ragionieristico? La risposta a questa retorica domanda è ormai evidente in virtù dell’irreversibile declino dentro cui siamo intrappolati. Nessuno si pone queste domande. Nello sgangherato dibattito culturale italiano nessuno osa contestare un modello evidentemente distruttivo. Si parla degli agnellini da salvare, delle beghe di Grillo e Renzi. Troppa misera, senza nessuna nobiltà.